Ci sono momenti, nelle relazioni, in cui ci sentiamo “strani”. All’improvviso arrivano emozioni che non riconosciamo come nostre: senso di colpa che non ha radici, rabbia che sembra spuntare dal nulla, o quella sensazione di essere visti in un modo che non corrisponde affatto a chi siamo. È come se entrassimo in una stanza e trovassimo già l’aria piena di qualcosa che non abbiamo portato noi.
Per capire cosa succede, può essere utile conoscere un fenomeno chiamato identificazione proiettiva, un meccanismo che la psicoanalisi ha descritto in modi diversi nel corso del tempo e che influisce profondamente sulla qualità delle nostre relazioni.
Quando la proiezione diventa confusione (versione Klein)
Melanie Klein, una delle grandi figure della psicoanalisi, immaginava l’identificazione proiettiva come qualcosa di molto primitivo: una specie di “espulsione” di parti dolorose di sé dentro un’altra persona. Non sentimenti qualunque, ma pezzi interi del proprio mondo interno, soprattutto quelli più disturbanti.
Il risultato? Chi proietta si sente minacciato da ciò che ha messo nell’altro. E chi riceve la proiezione può sentirsi confuso, sbilanciato, come se portasse emozioni e immagini che non gli appartengono. È la sensazione di essere guardati con occhi che ci distorcono, o di sentirci “fatti a pezzi” da vissuti che non riusciamo a spiegare.
Quando la proiezione diventa comunicazione (versione Bion)
Molti anni dopo, Wilfred Bion dà una lettura completamente diversa. Secondo lui, l’identificazione proiettiva non è sempre patologica: a volte è semplicemente il modo più antico e semplice con cui comunichiamo ciò che non sappiamo ancora dire.
Il neonato che piange non “racconta” il suo bisogno: lo mette nel corpo della madre, che lo sente, lo capisce e lo traduce in cura. Bion vede questo meccanismo come un ponte: una strada rudimentale, ma efficace, per permettere all’altro di capire cosa ci succede dentro quando non abbiamo ancora parole.

Perché è importante per chi vive relazioni complesse
Questi due modi di intendere la proiezione convivono ancora oggi e, senza distinguerli, rischiamo di attribuirci emozioni o ruoli che non sono nostri. Molte persone vivono qualcosa del genere:
- “Mi sento improvvisamente in colpa, ma non so perché.”
- “Accanto a quella persona divento ansioso, anche se ero tranquillo.”
- “Mi vede aggressivo, ma io non mi ci riconosco.”
- “Sembra che reagisca a una versione di me che io non conosco.”
Quando questo succede, molto spesso non stiamo incontrando noi stessi, ma il contenuto emotivo che l’altro sta mettendo dentro di noi. E può essere difficile distinguere dove finiamo noi e dove comincia l’altro. Capire il fenomeno non serve a puntare il dito, ma a recuperare orientamento.
Come può aiutare chi è in terapia (o semplicemente chi vuole capirsi meglio)
Sapere che esistono due identificazioni proiettive, una confusiva e una comunicativa, permette di fare un passo indietro e chiedersi: “Quello che sto sentendo è realmente mio? O sto percependo qualcosa che l’altro non riesce a gestire?”
Questa domanda non risolve tutto, ma apre uno spazio fondamentale:
- restituisce alle persone il diritto di non identificarsi con etichette o accuse che non gli appartengono;
- aiuta a riconoscere quando stiamo reggendo emozioni che provengono da un altro mondo interno;
- permette di costruire confini più sani, senza chiudersi e senza perdersi.
È un invito a rimanere se stessi, anche mentre si è coinvolti nella vita emotiva dell’altro. Perché nelle relazioni, e nel lavoro terapeutico, non siamo solo ciò che sentiamo. Siamo anche il modo in cui impariamo a distinguere ciò che è nostro da ciò che nasce nel cuore di chi abbiamo di fronte.